I colori in estate

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Non so a voi, ma a me questo, improvviso, estremo tentativo del caldo di rubarci le forze e la lucidità sta giocando brutti scherzi.
Le notti insonni, la dipendenza dal condizionatore, il torpore tiepido prodotto dall’afa ininterrotta ringalluzziscono solo le zanzare intorno e mi portano a ragionar di cipolle per mezz’ora prima di accorgermi che erano patate.

Ormai abbiamo imboccato l’autostrada, arrancando fra incidenti, perdite di carico sulla carreggiata, code di diciassette chilometri con tendenza all’aumento.
Automobilisti inclini alla bissaboga (quelli che ti superano a destra rientrando nella tua corsia e continuano a superare una volta a destra e una a sinistra) e camionisti convinti che la stazza fa la precedenza.     

Guadagnamo l’uscita e ci ritroviamo fra i noti panorami, gli appezzamenti ordinati; oggi i colori che rallegrano gli occhi sono, perlopiù, i beige, i gialli dei campi reduci dalla mietitura , gli ocra,  i grigio-azzurri delle crete, i marroni vellutati di quelle coltivazioni basse e rade, che sembrano appena uscite da un incendio.                                                   

Intanto l’aria si fa leggera, per un breve temporale e gli occhi riprendono a gioire di quella danza  bucolica di colori.                                                             
Chi ha provato a riprodurre un oggetto, un paesaggio, un volto si è reso conto di quanto sfugga all’occhio ed al cervello, di quanti colori occorrano per dar calore a un oggetto, per dar forma a un volto. 

E’ il trionfo dell’infinitamente piccolo, che, sfuggendo alla percezione precisa, vien compreso dallo sguardo insieme a tutti gli altri pezzettini  infinitamente piccoli, di colore e forma diversi.
E questo insieme, quando esiste un’armonia particolare fra le parti, invia al cervello un messaggio,  da tutti riconosciuto, che chiamiamo bellezza.                                           

Ho impiegato  anni, per convincere un appassionato di plastici per trenini, che tutte le polverine acquistate in negozio per riprodurre strade, campi, massicciate, non potevano, minimamente, competere con una manciata di sabbia o di ghiaietta raccolta sul cammino. 

Ogni volta mi stupisco del cambiamento di colori che ci accoglie, vestendo di nuovo la campagna.
Adesso, per esempio, in molti campi, prevalgono i marroni come in un tessuto rigato, che alterna zone più chiare( color tortora), ad altre più scure, appunto marroni.                         

Una voce accanto a me:- Mi sa che abbiano dato il sisso.                                                 
Eh già! Mi consolo con De Andrè :-     
Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori…….

 

 

 

Eroe (i) per un giorno

Primo-soccorso-Seirs-Croce-gialla

La divisa giallofluo in cotone pesante e lo scarpone antinfortunistico rendono ancor più infernale l’afa di questo pomeriggio estivo. Odore di polvere, il riverbero del sole sul campo di terra rossa crea uno strano effetto “miraggio”, la prima base sembra levitare.

Arriva zoppicando, il viso sofferente, sorretto da un uomo sui 30 che presumo sia il padre, c’è l’ultima brandina libera, nelle altre: grave colpo di calore, attacco di stomaco, slogatura in attesa che torni l’ambulanza.

Il mio
– Come ti chiami?
sortisce uno sguardo interrogativo. Ah, già, è un torneo giovanile internazionale.
Ci viene in aiuto il padre:
– Bob!
– Don’t worry Bob, sit on the bed.

Si siede guardandomi con vaga diffidenza, non lo sa ma ha ragione, è la prima volta che faccio servizio sanitario e anche solo disinfettare una ferita mi mette l’ansia, non vorrei fargli male, e poi, la tenda è affollata, siamo un po’ in tanti!

Per la ferita sanguinante mi hanno ben istruito: guanti in lattice, acqua per lavare via la terra, acqua ossigenata per convincere la terra rimasta sul ginocchio ad andarsene, disinfettante, pomata, garza, cerotto. Tanto cerotto e la garza bella grande, una medicazione “importante” da poter esibire come prova di eroismo, come un trofeo. Zoppicante e dolorante (tutta scena) il nostro eroe ci saluta e torna in campo.

Sotto alla tenda di primo soccorso non gira un filo d’aria, Luigi, sempre attento ai bisogni di tutti, ha predisposto un piccolo gazebo con un nebulizzatore che rilascia minuscole goccioline, un po’ di sollievo nei rari momenti di pausa.
Oggi ho conosciuto Flavia, simpatica e molto disponibile, abbiamo socializzato anche con i mini atleti (non feriti) che divertiti e attirati dalla lieve frescura del nebulizzatore hanno “occupato” il gazebo.

È molto gonfio. Come si fa a farsi pungere da una vespa dentro al labbro? Clara, una ventina d’anni, bresciana mi dice, mentre l’accompagno al pronto soccorso. Clara sembra molto divertita per “l’avventura”, vuole un selfie con la soccorritrice (io) con sfondo Auto Croce Gialla, l’associazione per cui presto servizio volontario di primo soccorso.
– Mmmh… facciamo che faccio solo a te una foto con insegna PRONTO SOCCORSO e poi si torna al campo

Tutto il viaggio al cellulare inviando foto della puntura a tutti gli amici, è il suo momento di gloria!

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Tornati al campo percepisco grande concitazione, vedo Luigi deporre in fretta la radio e insieme a Nicola, partire di corsa con gli zaini attrezzati con il defibrillatore; l’ambulanza li segue, dev’essere successa una cosa grave…
Continuo con i miei “pazienti”, cercando di captare qualche Tweet, da qui non posso essere utile, sento l’ambulanza partire a sirene spiegate.

Nella tenda altre ferite, altri malori, chiome nere, rosse, e due chiome bionde, occhi azzurrissimi. Lei e l’amica parlano… russo? niente inglese, è caduta e si è ferita al braccio, è molto impaurita, piange a dirotto e fa delle domande. E chi lo capisce il russo?
Ecco che il cellulare sfodera la sua sporadica utilità, chiamo un’amica che parla russo, la tranquillizza mentre io la sto medicando, poi col braccio fasciato ben in vista, eroicamente, torna trionfante dalla sua squadra.

Finito il torneo, per la premiazione, anche noi volontari del SEIRS Croce Gialla dobbiamo scendere in campo, tutti in posa come le squadre di calcio, qui saprò che hanno dovuto rianimare uno spettatore che si è sentito male, per fortuna adesso è in ospedale fuori pericolo.
È andata bene!

La treccia di cipolle

treccia cipolla tropea

Della mia nonna ho mille ricordi, aveva sempre racconti interessanti nascosti nel le tasche.
Parlava della sua Firenze facendomene innamorare da lontano, della gatta Lori, che era capace di rubare, con le unghie, un grosso pezzo di lesso da una pentola che bolliva sul fuoco, dopo aver scostato il coperchio; la carne era, naturalmente, destinata ai suoi gattini.

Di una gallina affettuosissima ed intelligente, morta per aver ingerito un ago.
Mi raccontava di quando, bimbetta , andava alla biblioteca pubblica per poter leggere “I Miserabili” di Victor Hugo, suscitando la curiosità divertita del bibliotecario, perché faticava a reggere e trasportare il tomo.

Mi raccontava dell’abate Faria, di Edmond Dantès insomma dei personaggi del “Conte di Monte Cristo”. Una piccola storia, però, mi ripeteva spesso. Troppo spesso per un persona lucida come lo era lei.
Mi era già chiaro come volesse farmi capire una verità importante, lasciarmi in eredità la sua scoperta, perché avrebbe fatto la differenza.

Un’anziana signora , durante la sua vita, si era preoccupata, soprattutto, di sé: nessuna amicizia, non aveva condiviso nulla, né i suoi beni, né le gioie, né i dolori.
Giunse un giorno alla sua porta una mendicante, cui, insolitamente, donò una treccia di cipolle.
Quando morì, si ritrovò all’inferno, immersa in un lago, insieme ad altri compagni di viaggio, tutti disperatamente occupati a cercare scampo da quel terribile luogo.

All’improvviso, dall’alto, si vide una treccia di cipolle , notoriamente estremamente fragile, la quale, ondeggiando, scendeva verso il basso.
La signora in questione, riconosciuta la sua treccia, allungò le braccia e l’afferrò.

Compiuto che fu questo gesto, la treccia, cominciò a risalire, reggendo, al di là di ogni ragionevole previsione, il peso della donna.
Accortisi del tentativo di fuga, anche gli altri ospiti del lago tentarono di aggrapparsi, insieme con lei, alla treccia. Ritenendo che il peso di tutti quei disperati ne avrebbe provocato la rottura, la proprietaria incominciò a menar calci a destra e a manca per liberarsi degli ospiti non invitati.
Questo movimento violento provocò la completa distruzione della fragile fune, unica via di fuga, precipitando tutti nel lago.

La nonna concludeva dicendo:
Se non avesse scacciato nessuno si sarebbero salvati tutti perché la treccia avrebbe retto il peso.
Questo diceva e, in altre occasioni, raccontava di una frase di La Pira:
Io, più ci penso e più mi convinco che o ci salveremo tutti o non si salverà nessuno.

Oggi, in particolare, è una sfida.
È una provocazione difficile da raccogliere, ma stimolante, come tutti i richiami che ci invitano a smettere di guardarci le scarpe, per alzare lo sguardo fin dove l’occhio è libero di correre, perché arriva al cielo.

Dalla Bibbia:
…siete un popolo di dura cervice ( un collo duro a muoversi)….
…chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo….

E poi dicono dipendenza dal computer

Ignoravo la mia ignoranza dello strumento computer. Ignoravo (e stavo bene) la mia obsolescenza.
Come ho fatto a restare impermeabile così a lungo, me lo sono chiesta e ho concluso che, in qualche modo, lo temevo.
Quel televisore mancato non racconta, ma pretende che tu gli dica quel che deve fare.
E questo ti destabilizza perché non sei abituata, non puoi dormirtela, mentre quello ti offre quattro opzioni e tu esiti perché sai che , se fai la scelta sbagliata, ritorni al via e non è scontato arrampicarti di nuovo dov’eri.
Allora provi a ragionare, ma lui non ha la tua logica, devi seguire un ordine e quello lo conosce solo lui.
Quello ti conosce , te lo dico io….e ti spia.
Anche quando indovini e scegli, fra le quattro opzioni, quella giusta (e hai solo il 25% di probabilità) sente che stai premendo senza convinzione, con timidezza e ti frega: non ti risponde e ti toglie le poche certezze che avevi’

Il pensierino della Topina

Adesso una “pagina” che, a suo tempo, mi ha molto inquietato. Molte frasi possono avere diverse chiavi interpretative, a volte possono addirittura esprimere una cosa o il suo esatto contrario, io di questa ho sempre “letto” la sua versione peggiore

L’idea di attaccarmi a qualcosa per morirci mi ha sempre terrorizzato! Topina, sei responsabile della mia nubiltà!!!

Puliteci

Perché, mi chiedo perché e se qualcuno lo sa , per favore, me lo spieghi.
Giro la testa e sulla fiancata di un altro treno leggo : puliteci il….. non i graffiti.
Un ego ipertrofico?
L’uso di sostanze che li convincono di essere così talentuosi e onnipotenti che il dipingerci anche il naso è un dono fatto all’umanità?
L’emozione di farla in barba al mondo scegliendo luoghi e tempi improbabili e rischiosissimi?
Il gusto del brutto del disordinato che va ostentato e di cui andar fieri?
O è l’urlo di chi uno spazio non ce l’ha e sceglie di dipingere sul “capolavoro” di un altro (es una statua di marmo) che invece il suo momento di gloria l’ha avuto?
Però mi ricordo …è passato molto tempo.
Eravamo alle superiori.
Durante la pausa delle 11.15 i Bidelli distribuivano , oltre le solite pizze e focacce rotonde, anche cilindretti di caramelle gommose avvolte, una per una, in una carta, da una parte argentata, pura stagnola e dall’altra di una pellicola bianca , facilmente rimovibile. Non so chi ha avuto l’idea di recuperare la lama di un temperino e pulire , piallandola via, la parte più supeficiale del banco. Erano banchi di legno , molto datati . Ogni banco ospitava quattro posti e , sul piano d’appoggio, le scritte a biro e le incisioni si sovrapponevano riunendo” le opere” di diverse generazioni. La piallatura , ben fatta, richiedeva molto tempo , mesi, ma , una volta terminato il lavoro, appariva un legno nudo , chiaro, irriconoscibile .
Probabilmente, la soddisfazione del risultato ottenuto, spinse le più ardite ad utilizzare la stagnola delle caramelle già menzionate per tappezzare la superficie del banco. Il risultato, banchi a specchio, incremento delle entrate per i bidelli, che vedevano crescere le vendite di caramelle e le lagnanze dell’insegnante tale Dallatana Rossi. Ricordo che diceva: capisco che vogliate cancellare qualche parola scurrile , che vi trovate scritta sul banco ( quando mai) , ma la classe sembra trasformata in una falegnameria.
Non dipingevamo i muri , ma i banchi sì.

Epifania

letteralmente, significa manifestazione.
Ricorda il tempo in cui i tre re, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre riconobbero in Gesù bambino il Salvatore e portarono i ben noti doni.
È la festa della luce che vince il buio, la manifestazione della salvezza .
Cosa passò nella mente di chi la volle rappresentare con una vecchia brutta, bitorzoluta e vendicativa non l’ho mai capito.
Abbiamo già ricordato che , a Parma, era vissuta come una ricorrenza meno importante di quella di santa Lucia.
La banca Nazionale dell’Agricoltura, invece, ne aveva fatto il momento più importante dell’anno. I dipendenti , fra i quali figurava mio padre, venivano invitati, insieme ai familiari, nel grande salone , che fungeva, in tempo feriale, da salotto buono per i clienti. I banconi ,solitamente, ospitavano compassati ed eleganti cassieri in giacca e cravatta, venivano ora spostati verso le pareti, così da lasciare ampio spazio al centro.
C’erano diverse sezioni adibite alla consegna di mazzi di fiori, alla distribuzione dei palloncini appena gonfiati con elio e al ritiro dei doni. Il soffitto era altissimo e per giunta, costruito in vetro e metallo , così i palloncini, che sfuggivano , velocemente dalle mani dei bimbi , distratti da mille emozioni , si ritrovavano in un gruppone fluttuante , che cercava la strada per il cielo spingendo contro il soffitto luminoso.Un altro angolo era destinato alle calze, ripiene di torroncini, tavolette di cioccolato fondente, marenghi di cioccolata e un pezzettino piccolo piccolo di carbone bianco, per non offendere troppo il destinatario.
Il regalo più importante, invece, veniva scelto in anticipo: ci veniva proposto un libretto a colori con le foto di molti giochi con due sezioni separate ,una maschile e una femminile. Ricordo che una volta ricevetti bambolotto , carrozzina, valigetta coordinata , un anno le bamboline Lisa e Lucia dal profumo dolce della plastica Furga, un cavalluccio a dondolo ecc…
Un anno accadde, però, in quell’occasione , che l’oggetto desiderato non corrispondesse al desiderio espresso in precedenza. La voluminosa scatola che mi venne consegnata nascondeva un trenino con rotaie e trasformatore .
Mio padre, che , probabilmente , aveva desiderato quel gioco durante tutta l’infanzia ed era diventato adulto senza veder soddisfatto il suo sogno, all’ennesima richiesta di pentolini, cucine, bambolotti ecc decise che avremmo preferito scoprire le mille risorse di quel potente congegno meccanico .
A casa tentai di assemblare le rotaie alla ricerca di un circuito un po’ pIù ricercato del solito ovale , ma venni , velocemente rimpiazzata e bempresto il veicolo iniziò, gracchiando, la sua corsa.
Misi, poi, accuratamente in ordine il trenino e gli accessori, ma, in seguito, una volta riposto, non lo utilizzai più, quasi non mi appartenesse veramente.
Questo ho ricordato , Antonella, quando hai raccontato della pista elettrica con le macchinine da corsa e mi ci sono ritrovata…..

Pranzo a casa di Francesca

Per le assenti, un breve resoconto della serata di venerdì.
Bellissima, comoda, piacevole apparecchiata.
Si comincia a disquisire sul fatto che le difficoltà incontrate ci hanno strutturate rendendoci capaci di affrontare le difficoltà , che la vita ci ha, di volta in volta, posto davanti , rendendoci persone apprezzabili.
Qualcuno , dal loggione, chiosa:- quel che non strozza ingrassa.
L’Eugenia , poi, ci racconta di quando, in quinta elementare, scendendo le scale , per andare a scuola, passava, ogni mattina, davanti all’appartamento della “nostra” , avvertiva il suo profumo e incominciava a star male. Il tutto accompagnato da un’espressione alquanto eloquente, occhi al cielo e smorfia amara.
Sono state mostrate foto di quando eravate un po’ più grandicelle, amiche, amici e amici di amici. Per me sconosciuti.
Abbracci e promesse di rivederci presto!